IL NOSTRO GIAPPONE

Dopo due mesi di frenetica organizzazione, quando il 24 dicembre è arrivato, ci è sembrato troppo presto ma allo stesso tempo aspettavamo quel giorno come si attende la fine della scuola.
Non sembrava vero, così come sembrava incredibile che la fortuna ci assistesse e, dopo una settimana di neve e aeroporti bloccati, riuscissimo a partire. In realtà quella fortuna ha vacillato un pelo - volo da Milano in ritardo per bagagli non identificati, immensa traversata da Roma a Narita, la scoperta di una valigia rimasta a 9915 km di distanza, la trafila per il visto e il JRPass, l'arrivo a Tokyo stanche e tanto affamate - invece di pensare alla meraviglia di essere in Terra Santa il mio unico pensiero era "cosa ci facciamo noi qui?".
Fino all'arrivo a Ueno, dove il viso noto e amato di Miura Haruma ci ha accolto su un cartellone pubblicitario: eravamo veramente in Giappone. E la sua santità seconda solo a quella di Takki ci ha guidato da lì in avanti anche negli imprevisti. Abbiamo sbagliato strada per il nostro monolocale, ma una signora gentilissima ci ha accompagnato fino alla strada giusta e, arrivate finalmente in camera, il primo passo era fatto: non restava che ambientarsi!...
E in verità fu più facile di quanto non sembra, benché i giapponesi siano negati con le cartine.
Il primo giorno è passato così, tra i mezzi, la stanchezza, un po' di depressione per essere "fuori dal mondo" ma con la nascente euforia di essere finalmente nel mondo che ormai quotidianamente fa parte del nostro. Cena con le Kimuriane Noodle Caps, e presi accordi con Ashura per vederci l'indomani eravamo pronte ad andare a dormire e ricaricarci per buttarci nella mischia.

La nottata, almeno per me (Chiara dorme bene ovunque) è stata terribile, sveglia ogni 10 minuti, ma questo non ci ha impedito di essere sorridenti e cariche di aspettative davanti al nostro succo di frutta accompagnato da tutte le schifezze che eravamo riuscite a recuperare dal combini, prima di uscire e iniziare la nostra esplorazione.
Si parte da Ueno, giro per Ameyokocho, strada di mercato che ci ha fatto pensare di essere a Tsukiji, per poi entrare nel parco, dove abbiamo incontrato le statue di Saigo e Naogoro, cari amici dai tempi di Atsuhime, un paio di tempietti, il museo nazionale di Tokyo - pieno di poltrone con altrettanti giapponesi dormienti - tappa davanti allo Zoo, in memoria dei "lessen panda" di Tsukasa e, dopo aver assistito alla strana passeggiata di una signora con la sua tartaruga, ci siamo incamminate verso l'Edo Tokyo Museum, a memoria il museo più bello e interessante che abbia mai visto in vita mia perché costituito interamente da ricostruzioni (di dimensioni naturali e non) dell'antica capitale, con anche la possibilità di entrare nelle "case" tradizionali, nelle portantine dello shogun, salire sui risho, respirando veramente per qualche momento l'aria del passato.





Pomeriggio ad Odaiba con Ashura, in pellegrinaggio alla Fuji Television, dove tutto era targato Tokyo DOGS e Nodame Cantabile, occhiata di sfuggita al Rainbow Bridge, luogo di scontri prediletto delle CLAMP, e poi di corsa a Shibuya, la stazione più incasinata di Tokyo penso! Trovare l'uscita di Hachiko è una cosa impressionante - e pure Hachiko, per tutta la gente che ci sta intorno, era anche sabato sera - ma la vista dell'incrocio è qualcosa di impagabile ed emozionante: molto più piccolo di quello che le inquadrature dall'alto di film e drama ci han fatto sempre credere, emana comunque un fascino surreale, con tutte quelle luci, i maxi schermi, la musica, e le tantissime persone che, come te, aspettano il verde per tuffarsi poi nelle molte stradine ricolme di bei negozi.




Abbiamo fatto una passeggiata fino alla Tower Records, dove c'erano ad accoglierci i cartonati dei Kanjani8, abbiamo acquistato Gift Midori, e cenato con curry rice in un piccolo ristorantino per salary man prima di tornare a casina, dove abbiamo fatto la conoscenza delle comodissime "macchinette per ordinare" la cena: basta infilare i soldi come in un normalissimo distributore di bibite e selezionare il piatto per poter avere la propria ordinazione, da consegnare all'ingresso, per essere serviti appena seduti al tavolo.
La domenica è il giorno del gothic lolita ad Harajuku e anche la nostra meta. Aspettando il pomeriggio, per girare nuovamente con Ashura, siamo prima state allo Yoyogi Park, immerso nel suo verde ed infestato dai malefici corvi giapponesi - che sono qualcosa di veramente inquietante - e al Meiji Jingu, uno dei templi più grandi della città. In realtà c'erano più occidentali che gente travestita quel giorno sul ponte di Harajuku, ma la passeggiata lungo Takeshita dori, carica di negozi di vestiti gothic e non, il Daiso (il 100 Y shop più grande di Tokyo) e soprattutto i negozi di materiale idoloso, che ci ha evitato di andare al Jhonny Shop permettendoci di compiere i nostri acquisti con serenità guardando e toccando tutto quello che c'era. È stata veramente piacevole, sebbene immersa - figuratamente e non - in un'autentica fiumana infinita di persone.

Abbiamo proseguito la camminata fino ad Omotesando, facendo tappa a La Foret, un enorme centro commerciale, e da lì di nuovo a Shibuya, che già ci aveva conquistate. La visita è proseguita il giorno seguente con un'altra tappa a Takeshita dori, il pellegrinaggio alla TBS (che però ci ha un po' deluse perché piuttosto povera di gadget dramosi) Roppongi Hills, con passaggio dalla Tv Asahi e caffè da Starbucks, Ginza e la Tokyo Tower illuminate. La stanchezza era arrivata a livelli inimmaginabili, ma - almeno io - mi sono quasi ripresa quando siamo arrivate a Ebisu Garden Place. Dopo la più interminabile sequenza di tapis rulant mai visti in una stazione o in qualunque altro luogo - grazie alle dritte di un'altra amabile signora che ci ha accompagnate per un pezzo ed è andata in "sollucchero" nel sentire che venivamo dall'Italia - la vista della piazza e del monumento su cui Tsukasa ha atteso Makino per quel primo sofferto appuntamento sotto la pioggia è stata una delle cose più emozionanti di tutto il viaggio, per me. Quell'angolo mi è risultato magico, più della stessa Torre - che ero troppo stanca per godere appieno. Era però troppo buio ormai per farci delle foto decenti, quindi siamo ritornate ad Ebisu pure la mattina successiva per un "servizio fotografico" a tema Hana Yori Dango, sperando di non essere arrestate.


Poi siamo andate ad Asakusa a vedere il Sensoji Temple e respirare l'aria della zona più tradizionale della città. Ci esserci arrivate con la metro su un vagone solo per le donne (ce ne sono su ogni metro, tra le 7 e le 9 del mattino e pure la sera). Nel pomeriggio giro a Shinjuku, dove non c'era molto oltre ad host club e tristi grattacieli, se non fosse che Takki l'onnipresente ha guidato i nostri inconsapevoli passi fino da Grom: l'unica sede in Giappone e l'abbiamo trovata per caso!


Piccola curiosità sul Grom di Tokyo: dentro è tutto scritto in italiano, più un cartello con i gusti e le misure di coni e coppette trascritte in alfabeto katakana, ma sempre sulla traslitterazione dei suoi italiani, quindi, in sostanza, i giapponesi non hanno idea di quello che dicono quando ordinano il gelato, e infatti i velocissimi commessi fanno puntare direttamente i clienti con il dito sul menù! A concludere la giornata è stato il giro ad Akihabara, dove non trovammo manga (ma non solo noi, è difficile ed è tutto imbucato in quel posto!), bensì la Meiji University, la seconda per importanza in Giappone dopo la Todai, la lunga via dei negozi di strumenti musicali - e uno meraviglioso di cd usati a prezzi stracciatissimi - e quella delle librerie, prima di rientrare.